Hotel California
Se vi fosse capitato di essere in auto con me, ieri sera, vi sareste trovati dentro una Punto, sprofondata nella nebbia più assoluta, mentre il guidatore (cioè io), tutto gasato, cantava (per modo di dire) ”Hotel California”.
Lasciamo perdere la questione della nebbia, che vi posso assicurare era abbastanza preoccupante.
Mi soffermerei su “Hotel California”.
Ammetto di non conoscere a memoria il testo della canzone.
Ammetto di esaltarmi quando dice “you just can’t kill the beast”.
Implicitamente ammetto di non essere un conoscitore degli Eagles.
Però, ammesso tutto questo, per me quella canzone è magica. Magica nel senso che mi ipnotizza e mi porta altrove.
L’immaginario che scaturisce dentro di me, mentre l’ascolto, mi fa viaggiare in un altro luogo, un luogo caldo e polveroso, dove non si muove un alito di vento e le persone sembrano immobili. Ti guardano ora con indifferenza, ora con diffidenza. Il tappeto musicale mi ipnotizza, e sono lì, nell’Hotel California. Nel cuore della notte, mentre osservo luci lontane e sento il verso lontano del coyote.
Nell’Hotel California è possibile fare incontri che ti cambieranno la vita. Io, nell’Hotel California ci ho sempre incontrato una donna dal dubbio passato e un tizio solitario con una predilezione per la Tequila, le persone più interessanti che abbia mai incontrato in tutta la mia vita. Poi, quando il sole sorge, dall’Hotel si levano gli spiriti e torno in me.
E in quel momento si rischia di fare un frontale con un platano.
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